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World Portraits

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Un Burundi diverso: I ragazzi di Buja

Vista della campagna nei dintorni di Bujumbura, dall’aereo. Bujumbura, 27 Luglio 2019. Foto di Elena Butti.

Vista della campagna nei dintorni di Bujumbura, dall’aereo. Bujumbura, 27 Luglio 2019. Foto di Elena Butti.

Dopo una sola settimana a Bujumbura – o Buja, come la chiamano i locali – mi sento già di casa qui.La città affascina senza nemmeno provarci, a partire dal delizioso caffè famoso in tutta la regione (sebbene raramente esportato). Le giornate sono illuminate dal sole sub sahariano, mentre le notti sono sorprendentemente buie (i lampioni stradali non funzionano perché “la merce cinese non dura mai a lungo”, mi dicono gli abitanti).

Ex capitale e città più grande del Burundi, Bujumbura mescola la grandeur del suo passato coloniale belga con l’atmosfera di una cittadina di mare, con le sue spiagge affacciate sul lago Tanganyika, più grande dello stesso Burundi. Viaggiando lungo le sue strade spesso sterrate, ci si può facilmente imbattere in sofisticati eventi culturali o culinari di stile francese. Ovunque si vada, si deve zigzagare fra masse di ciclisti che trasportano gli oggetti più disparati: pile di scatole di uova, bucce di ananas, mucchi di fieno e anche un letto in ferro battuto (giuro!).  

Sono qui in occasione del mio primo viaggio di lavoro, per prendere parte ad un workshop riguardante la difficile situazione che  i giovani devono affrontare nel paese. Per tre giorni abbiamo parlato del tasso di disoccupazione giovanile incredibilmente alto, che fa sì che la ricerca di lavoro nell’economia illegale (come nella prostituzione o nel commercio di droga) diventi sempre più frequente fra i giovani. Ma al di fuori della sala conferenze dell’hotel che ospita il nostro incontro c’è la movimentata Bujumbura, e non ho potuto resistere alla voglia di esplorare ulteriormente lo scenario giovanile.  Cosa fanno i ragazzi qui? Cosa pensano? Cosa provano a fare per affrontare questa difficile situazione? 

Il nostro partner locale, Yaga, un’organizzazione di giovani giornalisti e bloggers sostenuta dall’ong olandese RNW Media, è stata mia partner nell’esplorazione. Nel contesto politicamente delicato del Burundi odierno, i giovani di Yaga hanno imparato a parlare di questioni scottanti in modo critico, ma senza mettersi in pericolo. Non solo scrivono sulle loro piattaforme online, ma organizzano anche dibattiti pubblici sulle problematiche che riguardano i giovani e ne preparano altri a diventare giornalisti. Sono intelligenti, eloquenti, pieni di speranze e di entusiasmo. 

“Parliamo dei temi che interessano alla gente della nostra età,” mi racconta Dacia, una delle fondatrici di Yaga, nella loro sede colorata, piena di enormi ritratti di leader africani, da Nelson Mandela a Bob Marley. 

“Eravamo inesperti all’inizio, e questo era molto più rischioso,” continua. “Abbiamo addirittura dovuto lasciare il paese per alcuni mesi, quando la situazione si è caricata di tensione. Ma così abbiamo anche imparato molto rispetto a come essere prudenti pur mantenendo un certo impatto sociale. Attraverso i nostri articoli abbiamo già prodotto alcuni cambiamenti rilevanti.”

Un'altra interessante conversazione è stata quella con Valery. Valery è il coraggioso fondatore di BAPUD, un’associazione di ex tossicodipendenti che provano ad aiutare chi vuole uscire dalla droga.  Gli attivisti si occupano principalmente di gruppi particolarmente stigmatizzati come i malati di HIV-AIDS, chi lavora nella prostituzione ed i senzatetto, perché “queste persone sono quelle che soffrono maggiormente le dipendenze,” mi racconta Valery. 

Il consumo di droga è pesantemente aumentato nei centri urbani del paese negli ultimi anni, e Valery lo sa bene. Non si vergogna di raccontare la sua difficile storia. “Ho iniziato a 12 anni. Prima con la marihuana, poi con l’eroina, il boost (nome locale dell’eroina mescolata con antiinfiammatori e paracetamolo) e altra roba.” Si possono ancora vedere i segni della sua dolorosa storia sul suo volto, ma sono segni che si dimenticano facilmente quando sorride. È chiaro che ora BAPUD è la sua vita: anche se spesso riceve minacce per la sua attività, resiste. 

“Un giorno ho semplicemente deciso che volevo smettere di prendere droga, e ora provo ad aiutare gli altri a fare la stessa cosa,” mi racconta. “È tutta questione di avvicinarsi alle persone che consumano. Si tratta di cose sottili, dalle parole particolari che si usano al linguaggio del corpo. Così possono rendersi conto che anche tu eri uno di loro, e che sei riuscito ad uscirne, e questo fa sì che alcuni di loro si convincano che sì, si può smettere. Ma è molto difficile. Ho molti amici che sono ricaduti ed anche alcuni che sono morti, perché pare non ci sia altro che i giovani possano fare, in Burundi.” 

Dacia e Valery sono diversi da molti punti di vista: il loro passato, il modo in cui si vestono e il modo in cui parlano. Ma sono entrambi esempi di una gioventù del Burundi che sta provando -  attraverso piccoli gesti e con tutti i limiti strutturali – a realizzare un cambiamento. Sono l’immagine più stimolante che porto con me da questo viaggio.

Guardando la campagna che circonda Bujumbura, sulla strada verso l’aeroporto, sento già il bisogno di tornare. C’è troppo da imparare ancora da questo paese, specialmente rispetto all’ interieur, la campagna, che ho potuto vedere solo dal finestrino dell’aeroplano. Cosa penseranno i giovani delle aree rurali? Cosa possono dire e cosa non possono dire?  In quali aspetti, piccoli e grandi, stanno cambiando il contesto in cui vivono? Sono certa che il Burundi mi sorprenderà un’altra volta. 

[Tradotto da Donatella Miotto]

[English version here]

 

I ragazzi di Yaga gestendo un dibattito pubblico sul risparmio. Bujumbura, 27 Luglio 2019. Foto di Elena Butti.

I ragazzi di Yaga gestendo un dibattito pubblico sul risparmio. Bujumbura, 27 Luglio 2019. Foto di Elena Butti.

 

Elena ButtiComment